In nome di Luisa. Sei anni fa il Premio Ambientalista dell’anno fu intitolato a lei

luisaminazzi-fotoelogo-senzadata

In nome di Luisa

di Katia Ippaso La Nuova Ecologia Settembre 2010

Addio a Luisa Minazzi, attivista di Legambiente impegnata per i diritti delle persone esposte all’amianto. La testimonianza della giornalista che ne ha raccontato la storia

Luisa Minazzi, tra le fondatrici del circolo di Legambiente a Casale Monferrato (Al), è scomparsa lo scorso 6 luglio

L’avevo conosciuta nell’ottobre del 2007. Da allora, andavo a trovarla ogni anno, sempre luisaminazzi_katiaippaso_paginalne_2010in au­tunno, per raccontarne la storia su Nuova Ecologia (sui nu­meri di ottobre 2007, 2008 e 2009, ndr). Ricordo perfettamente la sua casa luminosa e semplice, le fotografie degli album che aveva­mo sfogliato insieme. Luisa bam­bina, Luisa con la madre e il pa­dre, Luisa con il compagno di una vita. Luisa alle manifestazioni. Mi piaceva, Luisa. Per me rappre­sentava un modello d’illuminismo in età contemporanea. Era lei che aiutava me, non io che aiutavo lei raccontando il suo coraggio. Luisa Minazzi è morta lo scorso 6 luglio a 58 anni per gli effetti del meso-telioma, devastante tumore alla pleura. Aveva contratto la malat­tia quando era piccola, giocando nel cortile di casa sua, a Casale Monferrato (Al). Il padre era un operaio della Eternit, la fabbrica che produceva cemento-amianto. Il polverino allora viaggiava dap­pertutto in colpevole libertà: sulle tute degli operai, sui camion senza protezione. Lo portava il vento e giaceva al sole. I bambini lo scam­biavano per sabbia. Bianco, leggero. Soffice. La fabbrica è stata chiusa nel 1986, ma non prima d’aver seminato la paura a Casale, cittadina di 35.000 abitanti, mille morti e duemila ammalati. Il mesotelioma può avere un’incubazione di trenta, quarant’anni. Accade allora che un uomo passi parte della sua vita sperando di aver­cela fatta. E poi all’improvviso si sveglia una malattia con un male di schiena e un’angoscia nel cuore. È successo anche a Luisa, che ha avvertito i primi sintomi nel febbraio del 2006. Due biopsie, cinque cicli dì chemioterapia e un inter­vento chirurgico non sono bastati. Poi Luisa aveva creduto nelle cure sperimentali e si era fortemente battuta per la loro diffusione. Lot­tava per i finanziamenti statali alle ricerche. Pensava poco al suo male. Era cosciente che a Casale c’era stata una strage e che nessuno aveva il diritto di pensare solo alla sua singola vita né alla sua singola morte. Aveva un alto senso di responsabilità che si era fatto strada contro la sua natu­rale timidezza, «Ero una bambina timida e piuttosto controllata – mi aveva raccontato – Non parlavo molto. Le cose sono cambiate al liceo, quando confrontandomi con gli altri ho cominciato a capire che era possibile avere idee proprie e difenderle. Lì è successo qualcosa: ho capito che non avrei mai accettato le ingiustizie, an­che a costo di essere sola. Ma poi non si è mai veramente soli». Di qui l’impegno civile (Luisa, oltre che tra le fondatrici del circolo di Legambiente, era stata anche assessore all’ambiente, incarico che col tempo aveva abbandonato per dedicarsi completamente alla scuola, come direttrice).

Ricordo i suoi occhi neri, la sua calma anomala e il modo con cui cercava le parole più esatte per «dirlo». Dirlo, sì, il dolore. Dire la paura. Dire la vita. Però l’ultima volta che l’ho sentita al telefono c’era un’incrinatura diversa nella voce. Aveva accolto l’idea della morte, ma non lo diceva a nessuno. Solo la sua voce era capace di dirlo. Non era una che si arrendeva, che faceva la vittima, che richiamava l’attenzione su di sé. Però quella voce ce l’aveva anticipato. E poi solo una frase: «Credo alla sopravvivenza in condizioni umane. È chiaro che se dovessi sopravvivere stando tutto il giorno a letto immobile, allora preferirei morire. Non ho l’ambizione di starmene al mondo da vegetale». Luisa non provava odio per Schmidheiny e De Marchienne, i due rampolli proprietari dell’Eternit ritenuti po­tenziali responsabili della strage a Casale. Seguiva con attenzione il processo e non perdeva occasione per manifestare la propria am­mirazione nei confronti del procu­ratore Guariniello. Sperava che un giorno il risarcimento economico potesse servire alla prevenzione e alla cura della malattia: «E l’unica cosa da farsi: il risarcimento vero per quello che è successo qui è im­possibile». Forse Luisa ha ragione. Anche se si muore soli, non si è mai veramente soli.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...